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Fake news cosa sono e cosa si rischia

Le fake news sono notizie false create per essere diffuse in maniera virale e diffondersi rapidamente sui social networks per creare disinformazione

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Fake news: cosa sono e cosa si rischia

Le fake news si diffondono ed acquistano credibilità proprio come virus: nascondendosi dietro un fatto verosimile raccontano una storia falsa per gettare discredito su qualcuno o per orientare una scelta. Una “bufala” si autoalimenta e dilaga sui social networks, determinando nei casi più gravi vere e propri movimenti di opinione e di odio nei confronti dei protagonisiti della notizia falsa.

Il fenomeno viene da tempo studiato dagli esperti di comunicazione e preoccupa trasversalmente la comunità globale, poiché l’utenza spesso non dispone degli strumenti necessari per poter capire quando una notizia è vera o è falsa: l’autorevolezza della fonte, infatti, spesso non basta. Molti giornali e televisioni, anche autorevoli, hanno ripreso e diffuso notizie false create ad arte, che senza adeguati controlli sono state riversate sul pubblico alimentando la disinformazione.

Alcuni sostengono che la disinformazione sui social networks abbia determinato l’esito delle elezioni americane con la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton, grazie all’intervento di hackers russi al soldo di Vladimir Putin: una storia intricata di accordi segreti e hackers che sembra essa stessa una bufala.

Recentemente anche il Segretario del Partito Democratico Matteo Renzi si è scagliato contro la disinformazione in internet, riprendendo alcuni articoli d’inchiesta pubblicati da Buzzfeed e dal New York Times, accusando il principale partito di opposizione, il Movimento 5 Stelle di orchestrare campagne di odio attraverso notizie false. Il M5S, a sua volta, si è difeso sostenendo che gli attacchi di Renzi altro non sono che una campagna di disinformazione per gettare discredito sul movimento politico fondato da Beppe Grillo.

Una situazione che ricorda un po’ la polemica Trump – Clinton e che dimostra qual è l’obiettivo di chi usa la disinformazione: gettare discredito sulla controparte, strumentalizzando le notizie senza in realtà voler risolvere il problema.

Per questo gli utenti della rete devono potersi difendere da soli e vediamo come fare in questo articolo.

Come riconoscere le fake news?

Da alcuni anni ci sono alcuni esperti che si sono impegnati per combattere le bufale, denunciando i casi più eclatanti e facendo una meritoria opera di fact checking, cioè di verifica puntuale delle fonti e del contenuto delle notizie virali. Tra questi il sito di David Puente (www.davidpuente.it) e altri siti come Bufale.net o Butac – Bufale un tanto al chilo.

Cosa rischia chi crea e chi diffonde le bufale?

In Italia non esiste una legge specifica contro chi crea e diffonde notizie false, anche se giace in Parlamento un disegno di legge che vorrebbe introdurre limitazioni, anche pesanti, per eliminare il problema delle bufale. Tuttavia, oltre ad essere stato quasi subito insabbiato, il ddl Gambaro ha ricevuto pesanti critiche per essere troppo restrittivo: l’art. 1 di questo disegno di legge, infatti, punisce chi pubblica e diffonde notizie non solo false, ma anche esagerate o tendenziose, introducendo così un parametro di giudizio troppo aleatorio.

In Germania, invece, è stata recentemente approvata una legge volta a contrastare la disinformazione in rete con una prospettiva diversa: l’obbligo di rimuovere le fake news da social networks e siti internet, infatti, grava direttamente sul gestore del sito e in caso di inerzia sono previste multe salatissime.

Per tornare alle vicende di casa nostra, comunque, attualmente chi pubblica notizie false può essere perseguito solo nel caso in cui la pubblicazione costituisca di per sé un reato. Ad esempio, se la notizia è volta ad offendere l’onore ed il decoro di una persona, chi l’ha pubblicata può essere chiamato a rispondere del reato di diffamazione; se invece si promuove una raccolta fondi per una persona che ha problemi di salute, ma la circostanza è falsa, si potrebbe configurare il reato di truffa.

E chi la condivide? In questo caso è fondamentale stabilire se chi condivide la notizia è consapevole o meno del fatto che sia falsa, o scarsamente verosimile: in questo caso, infatti, se si condivide una bufala che si sa essere tale si risponderà penalmente del proprio comportamento, anche eventualmente a titolo di concorso.

Se invece la notizia appare verosimile e chi la condivide non sa che è falsa, non si rischia nulla.

Perché si dice bufala?

Le teorie sono diverse, alcune anche abbastanza divertenti.

Riccardo Cimaglia, nell’articolo “Questa risposta non è una bufala” pubblicato sul sito dell’Accademia della Crusca riporta l’aneddoto raccontato da un cittadino romano riferito agli anni 40: “All’epoca le donne erano solite portare, per risparmiare, delle scarpe con le suole in pelle di bufalo/bufala, invece del più costoso cuoio; capitava, nei giorni di pioggia, che con tali calzature si scivolasse, anche con considerevoli conseguenze; quando una donna infortunata arrivava al Pronto Soccorso (l’allora CTO della Garbatella), il personale d’ospedale, considerata l’alta frequenza dei casi, usava l’espressione “Ecco un’altra bufala” (indicando la paziente metonimicamente con la causa del suo incidente: ‘un’altra scarpa in pelle di bufalo aveva provocato nuovamente una brutta caduta’). Di qui il termine sarebbe diventato sinonimo di fregatura, per passare poi a indicare sia la notizia falsa, sia una produzione cinematografica di scarso valore“.

Secondo altri studiosi, il termine “bufala” ha assunto il significato di notizia falsa perché in passato i contadini che usavano i bufali per lavorare la terra li tiravano attraverso una corda attaccata ad un anello sul naso dell’animale: in questo senso si dice bufala, proprio per riportarsi a questa situazione in cui un animale mansueto – accostato agli stolti ed ai creduloni – viene indotto a credere qualunque cosa.

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Fabrizio Gareggia

Avvocato iscritto all'Ordine degli Avvocati di Perugia - Laurea in Giurisprudenza conseguita presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi in Diritto del Lavoro sul tema "Il principio di non contestazione nel processo del lavoro - Cass. SSUU 761/2002". Esercita la professione legale nel proprio studio sito in Bastia Umbra (PG)

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