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Caparra e acconti non restituiti: non è reato.

Acconti e caparra: la mancata restituzione è reato? No, secondo la Cassazione che con una sentenza pubblicata oggi ha stabilito che non è punibile per appropriazione indebita chi dopo la risoluzione del contratto preliminare di vendita di un immobile non restituisce gli acconti ricevuti.

acconti e caparra la mancata restituzione non è reato

Non è appropriazione indebita trattenere la caparra e gli acconti versati pur non avendone diritto.

Quando si acquista un immobile è frequente che l’acquirente richieda il versamento di un acconto o di una caparra. Se la vendita però non si conclude si pone il problema di riavere indietro i soldi versati, specialmente se il venditore fa orecchie da mercante e tu vorresti tanto denunciarlo.

La causa civile è sicuramente la strada principale per farsi restituire i soldi, ma con i tempi della giustizia si rischia di andare incontro ad una controversia che dura anni. La Cassazione, con una sentenza pubblicata in queste ore, ha chiarito che questa comunque è l’unica strada possibile, perché la mancata restituzione di acconti o caparra non è reato. Quindi addio denuncia.

Il reato di appropriazione indebita.

L’appropriazione indebita è un reato contro il patrimonio che ricorre tutte le volte in cui ci si appropria di denaro o di cose mobili altrui delle quali sia già in possesso a qualsiasi titolo. Il Codice Penale punisce questo reato con la reclusione fino a tre anni e la multa fino a 1032 euro (1 – 2).

L’elemento fondamentale perché ricorra il reato, quindi, è che la cosa pur in possesso di un altro soggetto rimanga dell’originario proprietario. Questo elemento non ricorre nel caso in cui si versano acconti o una caparra alla sottoscrizione di un contratto preliminare di compravendita.

In questo caso, infatti, la proprietà del denaro passa dal promissario acquirente al venditore che, se non la restituisce commette solo un inadempimento di natura civilistica.

La vicenda giudiziaria.

La Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla parte civile nei confronti di una persona che aveva trattenuto alcune somme ricevute come acconto sul prezzo di un immobile e non le aveva restituite dopo che il contratto era stato risolto.

La difesa del ricorrente sosteneva che il versamento di quei soldi era stato effettuato con un fine preciso ed erano destinati alla conclusione del contratto di compravendita. Per questa ragione, una volta venuto meno il contratto definitivo, il venditore non aveva alcun titolo per rifiutare la restituzione e trattenere le somme ricevute.

Tuttavia questa tesi non regge in Cassazione: il fondamento del reato di appropriazione indebita, infatti, consiste in una lesione della proprietà che sussiste solo se la proprietà sia di altri e non di chi viene accusato di aver commesso l’appropriazione.

L’acconto di un prezzo, così come la caparra, sebbene siano finalizzati alla conclusione del contratto di compravendita, entrano a far parte del patrimonio del venditore che può disporne liberamente essendone il proprietario. Poiché il denaro è un bene fungibile, quindi, il venditore avrà solo un obbligo di natura civilistica di restituire i soldi nel caso in cui al preliminare non segua il definitivo.

Questa pronuncia in materia di acconti prezzo segue il principio espresso da altre sentenze della Cassazione in materia di caparra: quest’ultima, sebbene sia diversa per natura e funzione dall’acconto ne condivide la sorte poiché entrambe le somme passano di proprietà dal promissario acquirente al venditore nel momento in cui vengono consegnate.

  1. Art. 646 c.p.
  2. Cassazione, Sentenza n. 4440 del 2 febbraio 2009 – “Integra il delitto di appropriazione indebita l’omessa restituzione della cosa da parte del detentore al legittimo proprietario se dal comportamento tenuto dal detentore si rilevi per la modalità del rapporto con la cosa, un’oggettiva interversione del possesso“.
  3. Cassazione, Sentenza n. 54521 del 4 dicembre 2017.
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Fabrizio Gareggia

Avvocato iscritto all'Ordine degli Avvocati di Perugia - Laurea in Giurisprudenza conseguita presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi in Diritto del Lavoro sul tema "Il principio di non contestazione nel processo del lavoro - Cass. SSUU 761/2002". Esercita la professione legale nel proprio studio sito in Bastia Umbra (PG)

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